Il nuovo Joe Torre, un mito che non tramonta: ha portato i Dodgers ai playoff e insegue un altro titolo, mentre i “suoi” Yankees hanno chiuso anzitempo la stagione e lo Yankee Stadium non c’è più. Un ritratto dell’uomo degli anelli, silenzioso e saggio: dai trionfi newyorkesi ai nuovi stimoli di Los Angeles

1 10 2008

di STEFANO ARCOBELLI

L’addio da lontano, l’addio silenzioso di Joe Torre, l’uomo che ha ridato dignità e successi ai Bronx Bombers negli ultimi 14 anni portandoli sempre ai playoff e trionfando in ben 4 World Series su 6 disputate. Quest’anno al posto di Joe Torre sulla panchina della squadra più famosa delle Major League c’è Joe Girardi, altro italo-americano ma si vede subito la differenza. Girardi sta in piedi nel dogout, s’arrabbia, sbuffa, impreca e pure sorride davanti alle telecamere se serve. Torre no, in quella panchina stava sempre seduto, impassibile e fiero, lo sguardo sul match e decisioni prese senza neanche chiamare il telefono o alzarsi. Tutti sapevano cosa dovevano fare con lui. Solo lui ha saputo tenere a bada le irruenze di George Steinbrenner, poi ha capito di aver fatto il suo tempo e ha scelto i Los Angeles Dodgers, un’altra squadra che aveva nel cuore. Ora gli Yankees sono già in vacanza, i Dodgers disputano i playoff e lo Yankees Stadium non c’è più, ma Torre l’ha fatto brillare con la sua saggezza, semplicità, con i suoi silenzi e gli sguardi enigmatici ma paciosi, le emozioni controllate in ogni situazione. Sempre. Solo la prima volta pianse a dirotto per l’anello: gli era appena morto il fratello. E la storia di Torre comincia proprio da lì…
Tutta colpa (o merito) di Frank cuore matto. «Un giorno sarà anche mio quell’anello». E fu così che Joseph Paul Torre nato a Brooklyn il 18 luglio 1940, decise che la sua vita sarebbe stata votata al baseball. Per sempre. Aveva ancora 20 anni, quando lo decise: niente l’avrebbe fermato. Giurò a papà Paul che avrebbe seguito, se non migliorato, le orme del fratello maggiore, in carriera tra Philadelphia e Milwaukee. Frank giocava in 1a base. Joe, come la mettiamo? «Calma, che ti raggiungerò: ma prima fammi provare da ricevitore». Cinque anni dopo la scalata cominciata nel 1960, Joe ricevette il Gold Glove (una sorta di Oscar) per la regia sul diamante. Sei anni dopo venne votato come Mvp, il migliore della National League, di cui diventerà il leader in battuta. E spostandosi da Milwaukee ad Atlanta, da St. Louis a New York, sponda Mets: 18 stagioni concluse con 2209 partite giocate, 252 fuoricampo e una media-carriera in battuta di 297, oltre a 8 presenze nell’All Star Game, esperienze anche in 3a e 1a base. Anche lì ha raggiunto Frank. E lo ha definitivamente superato perchè da allenatore è riuscito a ripercorrere le stesse tappe che da giocatore: dunque ha guidato i Mets dal ’77 all’81, Atlanta dall’82 all’84, St.Louis dal ’90 al ’95, quando decise di dare un taglio: «Basta squadre di National League, vado a cercare successi nell’American». E dove se non agli Yankees?

Passeranno 20 anni prima che risentiremo parlare di Frank, del suo cuore matto: Joe era preso da un compito leggero come quello di allenatore dei New York Yankees, in astinenza dal 1978. E invece gli tocca seguire, soffrire per Frank, in un letto d’ospedale in attesa del trapianto. Aveva appena perso l’altro fratello Rocco, fulminato da un infarto mentre vedeva in tv la squadra di Joe. L’operazione a Frank andò bene, i suoi Yankees trionfarono contro Atlanta e ora che fai, vuoi sparire? Non ne puoi più del boss, di George Steinbrenner? Sai che non puoi tradire la promessa fatta da ragazzino? Il baseball, tutto il resto non conta. Gli Yankees, non c’è di meglio nel baseball. E tu sei il loro profeta. Sei rimasto, hai vinto ancora: con la squadra «più determinata che abbia mai allenato». Sei appagato? Signori, questo è un uomo da quasi 6000 partite, ha trascorso in un diamante quasi 6000 giornate, allenamenti esclusi. Sarà ricco, entrerà nella Hall of Fame, è l’uomo più inseguito a New York. Sarà veramente straordinario chiamarsi Joe Torre. Sarà veramente impossibile penetrare nel privato dell’allenatore più acclamato d’America. Eppure ci salva Lauren, 36 anni, seconda dei 4 figli di Joe con Michael, Tina e Andrea, avuta dall’ultima moglie Alice.

Lauren è «italiana» ormai: non è andata come nel ’96 alle World Series perchè doveva diventare mamma per la seconda volta. Vive a Monza, s’è sposata con Gianni Ravagnani, scenografo (sta girando un film con Ezio Greggio e Mel Brooks) e aspettava la telefonata di papà perchè in Italia nessuno trasmetteva le finali americane. Alle 7 del 22 ottobre è squillato il telefono, e Lauren si è portata le mani nella collana d’oro di papà con la griffe NY: «Fantastico Joe, ci vediamo a Natale»?
Neanche Lauren può mancare al Natale in casa Torre, nella villa di Avenue T. Ai fornelli c’è Joe: da sballo. «Gli piace cucinare, anche in questo è molto italiano, pretende che ci sieda tutti insieme a tavola a pranzo e a cena e che si dicano le preghiere come gli insegnarono i nonni napoletani». E in che altro è bravo veramente? «E’ un collezionatore di vini, ma non può andarli a comprare nei negozi di New York, è una caccia continua di tifosi. Una volta doveva partire urgentemente in aereo per un incontro con Steinbrenner. Venne travolto dalla folla e scappò dall’aeroporto. Così viene in Europa a comprare i vini». E’ severo, com’è davvero Joe? «Un tipo tranquillo, che ama molto stare in famiglia, fare la spesa ma non può, giocare a golf soprattutto per beneficena. Non ha molto tempo libero, neanche un mese di vacanze. Va alle Haway ma non sa nuotare, ha paura del mare, lo porterò lo stesso a Ponza». E con voi figli? «Mi porta alle partite da quand’ero ragazzina, una volta minacciò tutti i giocatori dei Mets: guai se…disturbate Lauren, vi caccerò». C’è solo baseball nei dialoghi in famiglia? «Lui scherza molto, non fa pesare nessun problema ma contagia tutti col suo carisma, parla sempre con il cuore, e quando torna a casa bacia i bambini e scappa a giocare col cane Geena a freesbee!». Come fa a resistere al vulcanico George? «Lui non lo teme, Steinbrenner per la prima volta ha capito che l’allenatore se ne frega delle sfuriate del padrone e questo l’ha colpito, alla fine si mettono sempre daccordo a suon di battute. E lo rispetta, tanto».

Quando le cose non vanno bene Joe come reagisce? «Lui ha talento nel comando ed esperienza, tratta i giocatori mettendoli a loro agio perchè lui è stato per tanti anni come loro, tira fuori sempre e solo il meglio dalle situazioni. Tutto questo gli è sempre riuscito, anche se si vede solo adesso. Tutti gli ricordano il flop di St.Louis: ma nessuno dice che nel ’95 morì il padrone e che il nipote erede fece di tutto per smantellare la squadra, non assecondando per niente le richieste di papà. Nella sua carriera ha vinto tutto, deve solo entrare nella Hall of Fame ma non dice che ci tiene. Quando non farà più l’allenatore forse andrà in California (ci è già arrivato….ndr) e riprenderà a fare il commentatore tv, ma il baseball non lo lascerà mai». Lauren ogni anno si ritaglia uno spazio per seguire la stagione di papà, col quale è legatissima: solo per amore ha lasciato l’America. La figlia di Joe appartiene adesso all’Italia. La figlia di Joe ha fatto lo stesso fioretto di papà, il baseball.


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One response

6 11 2008
Lauren Ravagnani

Ciao Stefano,
My friend sent me an email to check out this article. I just wanted to send you my email and say hello. If you have tried to contact me and can t reach me it is because we now reside in Dubai. My husband, Gianni has 3 towers being built here, the 1st named after him, Giovanni Suite Tower. My 9 year old son, Dylan as of last year plays Little League and takes after his Pops (as they call Joe) !
He s a slugger, hits that ball every time. He got the only homerun of the season.
And he s adorable in his NY Mets uniform! He had asked only to not be put on the Red Socks. And you are soooooo right about one thing . I am VERY proud of my Dad !!!!!! 13 consecutive post seasons….pretty amazing! You can reach me at my old mobile during Christmas or the summer when we are in Milan. Coming from Dubai we usually stop in Milan to check on our house and say hello to friends and family, on our way to and from them states.
Saluti
Lauren

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