Bologna e Nettuno, storia e aneddoti della “superclassica” del baseball italiano. In campo 24 scudetti e 6 coppe dei campioni

23 05 2008

di MAURIZIO ROVERI

Saranno in campo ventiquattro scudetti e sei coppe dei campioni, questa sera e domani al “Gianni Falchi” di Bologna. Sarà in campo un grande pezzo di storia del baseball italiano. E’ quanto rappresentano il mitico Nettuno e la gloriosa Fortitudo Bologna.
Diciassette volte campione d’Italia, il Nettuno Baseball Club (compreso un Torneo d’Oro che la Federazione di allora s’inventò nel 1958 perché il Nettuno era “fuori quota”, troppo più forte degli altri…). E per quattro volte è salito in cima all’Europa, questo club laziale che cominciò per primo a scrivere il romanzo del nostro baseball. Sette, invece, i titoli tricolori e due coppe dei campioni per la Fortitudo. Che ha disputato anche altre quattro finali, perdendole, nella principale competizione europea per club.
Sfida antica, gonfia di fascino e di forti passioni. Quando Bologna e Nettuno s’incrociano è sempre un evento. E sono sempre battaglie aspre, coinvolgenti, eccitanti fra club che si rispettano e si temono. Energia e pathos raggiungono il massimo.

Bologna-Nettuno è storia, è tradizione, baseball “vero”, è fiera rivalità. A maggior ragione nel trittico che sta per andare in scena, con le due squadre che occupano i primi due posti della classifica dopo 15 giornate di campionato: Bologna al comando con una clamorosa striscia di 14 partite vinte di fila, Nettuno che la insegue con 11 vittorie e 4 sconfitte.

Bologna e Nettuno, città che hanno visto e che vedono baseball fin dall’inizio ufficiale del campionato italiano (e anche da prima…). Fu proprio una squadra bolognese, la Libertas dei fratelli Tavoni, di Jimmy Strong, del lanciatore Umberto Bianco, dell’interbase Renato Masini, del prima base Giorgio Ragazzi poi diventato popolare giornalista del Resto del Carlino, di Sergio Nardi che era anche e soprattutto un grande chitarrista, a vincere il primissimo scudetto ufficiale del baseball italiano, trionfando all’Arena di Milano, il primo novembre 1948. Sessant’anni fa.

La primissima sfida fra la Libertas Bologna ed il Nettuno, invece, è datata 1950, vinsero i bolognesi per 14 a 13. Ripercorrendo gli episodi incredibili e divertenti e singolari vissuti da quei “pionieri” del baseball italiano, Franco Ludovisi (memoria storia del baseball bolognese, e non solo) mi ha fatto avere interessanti aneddoti raccontati da Tonielli, che era il lanciatore della Libertas Bologna nel 1950. Anno in cui cominciarono le sfide fra bolognesi e nettunesi.

Dai ricordi del lanciatore Tonielli, della Libertas Bologna. “Nel 1950 il campionato era diviso in 4 gironi di 5 squadre. Il nostro girone era composto da Bologna, Parma, Verona, Royco Trieste (credo la prima squadra sponsorizzata della storia del baseball; la società Royco produceva budini e brodi) e Firenze. Noi ci piazzammo al secondo posto. Nel girone finale battemmo, a Bologna, il Nettuno per 14 a 13. Ci furono due episodi che elettrizzarono l’ambiente: 1. un arrivo di Strong in terza che stracciò la divisa a Camusi; 2. un arrivo a casabase di Regazzi che quasi svestì il ricevitore del Nettuno.
Nella partita di ritorno, il 6 luglio, in seguito a minacce di botte, ci spogliammo ad Anzio e poi raggiungemmo Nettuno. Mentre il grosso di noi era già entrato in campo, io e Renato Masini, rimasti indietro, fummo apostrofati da quattro energumeni che dissero sbarrandoci la strada: << Qui non si fanno prepotenze!>> Mentre stavo per chiedere spiegazioni, Masini mi impose di non rispondere e, strappandomi la mazza di mano, mi disse di andare avanti e di non voltarmi perché se succedeva qualcosa ci pensava lui (il tutto con una faccia poco rassicurante). Entrammo, giocammo e perdemmo… per forza in quanto l’arbitro, intimorito, regalava i miei strikes all’avversario. Durante la partita Giorgio Regazzi, tramite un amico in Polizia, Tenente Fasano, fece arrivare dei poliziotti per garantirci l’incolumità almeno fin fuori dal campo, ciò che avvenne. A questo punto il problema era di arrivare incolumi ad Anzio. In nostro aiuto arrivò la processione di Santa Maria Goretti. Ci mischiammo ai fedeli che ci guardavano con stupore; procedemmo per un po’ finché arrivò un autobus di linea che fermammo quasi a forza e che ci portò ad Anzio
”.

In quegli anni eroici c’era un fiorir di squadre a Bologna e, necessariamente, di fusioni (per sopravvivere). Dopo la Libertas c’è stato il tempo dell’Acli Bologna, vicecampione d’Italia nel 1962 alle spalle della leggendaria Europhon Milano. Poi l’Acli e la Fortitudo si fondono nel 1963. E comincia l’avventura fortitudina in serie A.

Indimenticabili, e di alto spessore tecnico nonché intensissime sul piano agonistico, le grandi sfide dei primi anni Settanta: da una parte la la Fortitudo di Calzolari, Lercker, Rinaldi, Meli, Luciani, Baldi, Shone, Malaguti, targata Amaro Montenegro; dall’altra parte il Glen Grant Nettuno di Faraone, Monaco, Mirra, i fratelli Lauri, De Renzi, Laurenzi, Costantini, Hayes. Due squadre veramente forti, che catturavano il pubblico (ricordiamo, a Bologna, il “Falchi” sempre gremito quando arrivava il Nettuno e le camionette della Celere per… tenere sotto controllo la situazione). Quei campioni dell’epoca erano amici, o quasi, fuori dal campo. Ma dentro erano fieri rivali, l’antagonismo era forte, spesso si accendevano risse (anche negli spogliatoi), di più a Nettuno. Le scazzottate facevano ormai parte del… rito. Si davano, si prendevano. I giocatori erano pronti anche a quello. Ma senza cattiveria. C’era da farsi rispettare. Sempre e comunque. Fierezza e orgoglio. Poi, passata la sfuriata, tutto finiva. E amici come prima. Nemici sì, ma leali. E vi assicuro che quei giocatori degli anni Settanta sono stati veramente dei personaggi “grandi”.

Faccio un passo indietro. Un ricordo personale. La prima volta che ho visto il Nettuno a Bologna è stato nell’estate 1969. Si giocava sul diamante di Casalecchio, perché il Falchi non c’era ancora, o meglio era in costruzione, quasi ultimato. Mi pare fosse un sabato pomeriggio. Presente un solo tifoso arrivato da Nettuno, ma lo si riconosceva immediatamente: tracagnotto, camminava freneticamente su e giù, ogni tanto urlava qualcosa, era l’unico a fare un po’di casino. Divertente, anche. Ad un certo punto, con la Fortitudo in vantaggio e la partita che viaggiava verso la parte finale, questo tizio con un balzo felino – sorprendendo tutti per l’agilità e la rapidità dell’esecuzione – scavalca la recinzione e salta in campo dirigendosi dritto dritto verso l’arbitro. Per tentare di colpirlo. E forse ci riuscì.

Faccio i complimenti a Claudio Adelmi, addetto stampa della Fortitudo Baseball, che pur essendo giovane ha perfettamente capito lo spirito che anima questa antica “classica” del nostro baseball. Nel suo comunicato stampa, Adelmi inizia così: “Per un appassionato di baseball, il weekend in cui la Fortitudo incrocia le mazze al Gianni Falchi contro il Nettuno è di quelli da non mancare per nessuna ragione, rispetto ai quali è opportuno annullare qualsiasi impegno per presentarsi puntuali allo stadio e non perdersi neanche una ripresa di gioco. Abbiamo ribadito più volte di come sia originale il modo di vedere il baseball espresso dalla compagine laziale: che uno possa condividerlo o meno, è oggettivamente un fattore di grande fascino, e non si può pronunciare la parola baseball in Italia senza toccare con il pensiero il mondo che ruota attorno ai tirrenici, laddove lo sport del batti e corri è sbarcato assieme ai suoi “apostoli”, i soldati americani che contribuirono a liberare l’Italia durante la seconda guerra mondiale”.


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