Toro Rinaldi: “Complimenti a Maestri. Ma io nel ’65 giocai contro Mantle e Maris”

18 03 2008

di MAURIZIO ROVERI

In principio fu “Toro” Rinaldi. Il primo italiano a giocare in America. Una stagione a Tampa, nel Singolo A dei Cincinnati Reds. Era il 1965. Alberto Rinaldi aveva 18 anni e già da due anni indossava la casacca azzurra della Nazionale italiana. Titolare nel ruolo di interbase. Facciamo un passo indietro: 1964, c’era da preparare un Campionato Europeo in programma a Milano e l’Italia scelse come ritiro per la preparazione una base americana in Germania. In quell’occasione si aggregò al gruppo azzurro un tale Reno De Benedetti, che lavorava come scout per l’Organizzazione dei Cincinnati Reds. Notò quel ragazzetto pieno di talento, armonioso, dai movimenti rapidi ed eleganti. Cominciò un corteggiamento, gli diede una mano nella preparazione, fu prodigo di consigli e di indicazioni. Al rientro in Italia, alla vigilia della sfida milanese con l’Olanda, De Benedetti prese da parte Rinaldi in albergo e gli parlò dell’America e di una grande opportunità che si sarebbe potuta realizzare nella primavera successiva: lo spring training con Cincinnati Reds e il campionato in Singolo A con la squadra di Tampa. Immaginatevi lo stupore di un ragazzo – allora diciassettenne – che veniva dall’Oca una zona popolare della prima periferia di Bologna e che sentiva parlare dell’America: un mondo che per il giovanissimo “Toro” sapeva di fantasia, di sogno, d’immaginazione. E che gli appariva così lontano, così enorme, così indefinibile. Tutto questo è comprensibile: pensiamo all’età di Alberto e soprattutto al periodo, metà anni sessanta. Ci sarebbe voluto anche il permesso dei genitori per tuffarsi in quell’avventura, perché il ragazzo non era ancora maggiorenne. Ma Alberto, nato per giocare a baseball, era talmente eccitato da quella straordinaria opportunità che convinse tranquillamente i genitori. Lo sport della mazza e del guantone era già la sua vita. Ci giocava fin da bimbetto. Perché il campo dove si allenavano le Fiamme Oro era proprio sotto casa sua. All’epoca i migliori giocatori italiani che dovevano fare il servizio militare li trasferivano lì, alle Fiamme Oro di Bologna. Il piccolo “Toro” era la loro mascotte. Alberto non ha mai giocato con i pari età. Lui scendeva giù dalla finestra di casa ed era già in terza base. Nell’angolo caldo, perché così voleva il destino (col tempo infatti quella è diventata a sua posizione e l’interpretazione che “Toro” ha dato di questo ruolo rimane ancor oggi qualcosa di sublime). Alberto giocava con i “grandi”, osservava attentamente i movimenti dei campioni più affermati e li imitava, muovendosi anche meglio, con una naturalezza e un istinto straordinari. Furono queste doti che lo portarono in America.
Il volo Pan Am, nel febbraio del ’65. Dall’Oca (quartiere bolognese, fuori Porta Lame) alla Florida. L’impatto con un mondo che prima di quel momento viveva soltanto nella sua fantasia. Toro seppe destreggiarsi più che decorosamente. Fece un solo anno, già era arrivato lì con un permesso speciale del Ministero poichè doveva ancora prestare servizio militare e quel permesso scadeva a settembre. Comunque imparò a velocizzare ulteriormente il suo gioco, imparò ad aggredire la pallina e la sua difesa divenne spettacolo quando tornò ad essere protagonista nel campionato italiano (tre stagioni a Parma, poi di nuovo la sua Bologna, la Fortitudo targata Amaro Montenegro).
Oggi Alberto “Toro” Rinaldi ha sessant’anni, portati benissimo. E’ in gran forma, ha una professione importante che lo tiene anche lontano da Bologna, però è sempre profondamente innamorato del vecchio meraviglioso gioco del baseball.
Gli raccontiamo di Alessandro Maestri, un talento di oggi che sta inseguendo il sogno americano. E della clamorosa convocazione in Major League del ragazzo di Torre Pedrera, seppure da backup per una partita di spring training. Un fatto storico per il baseball italiano.
Rinaldi è felice per il ventiduenne pitcher romagnolo. “Sono contento per lui, vuol dire che sta lavorando bene e che i Chicago Cubs lo seguono attentamente. Gli faccio un sincero “in bocca al lupo” per la carriera. Ci sono anche altri ragazzi italiani in America. Bene, è un’immagine positiva per il nostro baseball”.
Nessuna gelosia da parte di Toro. A lui non è capitato di venire convocato per una partita nella squadra di Major. Però… sentite un po’ quel che racconta. “Io, nel campionato della Florida, quando si facevano delle partite di allenamento allo spring training, ho giocato contro Mickey Mantle e Roger Maris. Scusa se è poco…”.
Sorride, Toro. Come a voler sottolineare, pur senza darsi arie, che questo è un qualcosa di più grosso ancora. Bè, di sicuro. Roba da far venire i brividi anche a parlarne adesso. Lui, il pivellino, impegnato contro due leggende del baseball e dei New York Yankees in particolare.
“Durante lo spring training succede che due squadre, vicine nei loro camp di preparazione, si organizzino per fare delle partite di allenamento. E in queste partite vengono messi dentro anche i ragazzi delle Minors. Noi dei Cincinnati Reds ci trovammo a raffrontarci con gli Yankees. Così, a me è capitato di vedere da vicino due miti come Maris e Mantle, di giocarci contro. Ad allenare gli Yankees c’era Yogi Berra. La cosa buffa è che non me ne rendevo conto, in quel momento. Eravamo a metà anni sessanta, non c’era internet, io ero un ragazzetto che veniva dall’Oca, arrivavo in America senza sapere quasi nulla della Major League. Mi sono reso conto dopo, con gli anni, che personaggi erano! Ero stato in campo con Mantle e Berra. Incredibile”.
Talmente grandi e popolari, Mickey Mantle (un uomo capace d’una potenza terrificante con la mazza in pugno, ha fabbricato dei fuoricampo da 190 metri) e Roger Maris, che a questi due personaggi leggendari è stato dedicato un film. Si chiama 61, è una pellicola diretta abilmente da un ottimo Billy Cristal nel 2001. Ambientato nella New York del 1961, il film racconta l’incredibile stagione di Maris e di Mantle due Yankees impegnati in una esasperante sfida… in famiglia per tentare di battere il record dei fuoricampo in una stagione che Babe Ruth deteneva dal 1927. Interpretato da Barry Pepper e da Thomas Jane, “61” fa rivivere con grande efficacia l’amicizia e la rivalità fra questi due strepitosi battitori compagni di squadra, le tensioni, la pressione, l’eccitazione, il contrasto fra i fans che tifavano per Mantle e i giocatori che stavano dalla parte di Maris. Un’appassionante competizione che infiammò New York. Il film si chiama 61 perché fu Roger Maris che con il suo fuoricampo stagionale numero 61 stabilì il nuovo record.
Ma torniamo a Rinaldi. Toro può raccontare con fierezza d’essere stato compagno di squadra, in quello spring training del 1965, di Pete Rose il campione tutto temperamento e muscoli dei Reds, la bandiera di Cincinnati, personaggio orgoglioso, duro, istintivo, passionale, un guerriero dei diamanti.

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2 responses

19 03 2008
franco ludovisi

Forse è vero che Toro Rinaldi ha giocato contro Roger Maris e Mickey Mantle.
Quello che è certo è che a cavallo degli anni 60 lui giocava con tale Luciano Nardi, poliziotto di leva, giocatore delle Fiamme d’oro e incidentalmente seconda base della Nazionale Italiana di allora.
Da lui, come ammetterà “in privato” lo stesso Toro in una riunione conviviale fra vecchie glorie, ha appreso tantissimo nel ruolo di seconda, che è stato il ruolo in cui ha esordito.
Con lui, con me che lo toglievo dal campo (suscitando le ire di tutti) se si intestardiva a battere inconsistente, con Angelo Zara perspicace dirigente che gli indicò la via di Parma al suo ritorno dagli Usa, con Vic Luciani compagno di gioco e di vita negli anni ruggenti, Alberto Rinaldi ha costruito il “personaggio” di Toro, quello che ha giocato i quello spring training del 1965 in Florida contro i miti Maris e Mantle, e con Pete Rose per compagno di squadra.
E da questo personaggio non ne è mai più uscito.
Toro non ha avuto un fine carriera anonimo:
ha smesso di giocare per problemi fisici, dopo aver vnto da giocatore 4 scudetti con la Fortitudo; ha smesso di allenare quando non c’era più nulla da vincere (da assistente di Luciani ha vinto uno scudetto e una Coppa dei Campioni).
E’ entrato subito nella Hall of Fame, anche perché “personaggio”, superando atleti degni come lui di entrarvi, ma con meno carisma.
E’ giusto parlare di Toro.
Rappresenta un’icona del nostro baseball che non merita l’oblìo.

22 03 2008
Lercker

Ho visto giocare Alessandro Maestri e mi ha impressionato, per maturità velocità della palla e padronanza del monte di lancio. Sono contento che un lanciatore italiano, di scuola italiana, che sta giocando in una squadra americana, sia stato selezionato per una partita di lega maggiore. Un augurio, con molta invidia, per lui e per tutti i giocatori che in futuro andranno per merito a giocare negli USA.
Però, che ci sia qualcuno che non ricordi l’esordio di Toro Rinaldi nella sua trasferta negli usa, mi sembra impossibile. Forse chi ha disprezzo per la storia italiana, e dello sport che segue questo blog, può fingere di non sapere. Il campanilismo, almeno per chi ha fatto sport, dura le ore della partita della propria squadra. Subito dopo la fine della partita si è pronti a riconoscere il valore degli avversari, con molta sportività (lealtà, correttezza).
Dunque l’avventura italiana di Toro Rinaldi, allora giocatore di un’altra squadra bolognese e successivamente compagno di squadra, aveva un sapore dolce che dà la condivisione degli argomenti che ci appassionano. Toro andava negli USA a giocare ad un livello che oggi potrebbe essere paragonabile almeno ad un triplo A, rispetto a quello italiano di allora. L’avventura di Toro ci inorgogliva tutti quanti e noi volevamo sapere tutto quello che sarebbe successo. Un po’ perchè di notizie allora non ne arrivavano facilmente, come invece avviene adesso, un po’ per capire il livello di gioco che si poteva vedere oltre oceano. Infatti, le partite che si potevano seguire erano quelle alla radio per chi conoscesse l’inglese, oltre ai filmati che gli organi federali ogni tanto facevano vedere agli appassionati, nei posti più impensati.
Ricordo che al ritorno dagli USA, Toro era assediato da tutti, amici e conoscenti, per sapere cosa aveva trovato e visto del baseball americano, quello che aveva fatto e tutte le altre avventure vissute.
Oggi tutto questo sembra esagerato, ma le comunicazioni esistenti in quel periodo erano molto modeste, per cui erano importanti solo le testimonianze dirette.
Certamente Toro, dopo Giulio Glorioso, è stato la nostra bandiera delle esperienze nella terra del baseball, che ci ha fatti sentire più bravi di quanto fossimo veramente e sicuramente stimolati a progredire.
Personalmente, diversi anni più tardi nel 1973, ho avuto occasione di partecipare insieme ad alcuni giocatori della Nazionale ad uno spring training con i Cincinnati Reds a Tampa, ed è stata un’esperienza emozionante ed entusiasmante. Vedere da vicino giocare quei campioni di cui si sentiva parlare continuamente, Rose, Bench, Perez, Morgan, Tolan, Conception e tanti altri, mi ha fatto venire in mente Toro perchè, credo, che l’opportunità che ci fu data derivasse anche dal comportamento mostrato da Alberto Toro Rinaldi, nell’esperienza precedente.

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