N.Y.Yankees, la sfida di Brian Cashman

4 03 2008

di ROBERTO CARAMELLI

Sarà anche ben retribuita, ma non c’è dubbio che quella di General Manager dei New York Yankees sia una delle più difficili posizioni nel business dello sport americano. Buona parte degli sforzi dei giornalisti, adesso che George Steinbrenner si è fatto da parte per lasciar entrare gli elefanti nella tenda (una sua espressione a proposito dei figli alla guida della squadra…), è dedicata a cercare di capire chi comanda. Nonostante Hank Steinbrenner, 50 anni, presidente della Yankee Global Enterprises, sia di gran lunga quello che si intrattiene più volentieri con i media, è anche vero che è stato l’ultimo ad entrare nella stanza dei bottoni, preceduto dal fratello minore Hal, 38 anni, figaccione col ferrarino ma più sobrio e riservato nei rapporti con i giornalisti, che per primo si era assunto l’onere di raccogliere il testimone dal padre.

Probabilmente i due hanno pari voce in capitolo, ma naturalmente non possono prescindere da Cashman, che deve pur guadagnarsi lo stipendio. Sembra essersi formata una troika, dove le decisioni vengono prese a maggioranza. Per esempio, nella vicenda Johan Santana, risulta che Hank fosse assolutamente intenzionato ad assicurarsi il mancino dei Twins a qualunque costo, ma sarebbe stato messo in minoranza dal parere contrario del fratello e del General Manager, che hanno con più convinzione sposato la teoria, sostenuta da anni da Cashman, che la squadra vada imprescindibilmente rinforzata con elementi provenienti dall’interno della franchigia.

È così che gli Yankees hanno vinto, in passato. Cedere i propri giovani talenti per comprare il costoso free agent di turno si è raramente rivelata una strategia vincente. José Rijo, Doug Drabek, Jay Buhner, Hal Morris, sono solo alcuni esempi di prodotti del farm system che hanno vissuto altrove le loro belle carriere. L’alba del 2008 vede nomi come Melky Cabrera, Robinson Cano, Phil Hughes e Joba Chamberlain tra quelli su cui si fa affidamento per una stagione di successi.

In passato, il sistema delle Minor Leagues era molto differente da com’è oggi. All’inizio degli anni ’30 Branch Rickey cominciò a costruire il primo “farm system” per i St. Louis Cardinals comprando squadre di Minor League e i loro giocatori. Il suo scopo era quello di diventare proprietario dei contratti dei giocatori dal momento in cui essi diventavano professionisti, evitando così di dover competere con le altre squadre di Major per assicurarseli. La sua geniale intuizione segnò la fine del sistema libero delle Minor Leagues, e la nascita della seconda fase di grande dominio degli Yankees nella prima metà del secolo scorso.

Dall’inizio degli anni ’30 all’inizio degli anni ’60, infatti, gli Yankees mettevano in campo dalle 15 alle 20 squadre di Minor League ogni stagione. Verso la fine degli anni ’40 arrivarono a schierarne 24. Potevano averne così tante perchè, allora come adesso, erano la franchigia più ricca e più popolare del baseball, e questo vantaggio venne utilizzato per consolidare, nel corso degli anni, la grandezza delle loro prime squadre.

Pensate che razza di vantaggio doveva essere avere 15-20 squadre di Minor League in un’epoca in cui i giocatori non avevano voce in capitolo sulla propria posizione contrattuale. Gli Yankees possedevano il contratto di tutti quei giocatori finché non decidevano di venderli o di rilasciarli. Questo significava che per ogni titolare schierato dalla squadra principale, esistevano dieci, venti giocatori in competizione per la speranza di prendere il suo posto. Hai bisogno di un pitcher per rimpiazzare il tuo asso che sta invecchiando? Ci sono 50 lanciatori sparsi per l’America che adorerebbero salire sul monte dello Yankee Stadium, e sono tutti di tua proprietà.

A parte i Cardinals, nessun’altra squadra era in grado (o aveva intenzione) di costruire un sistema di sviluppo di giocatori così imponente come quello degli Yankees. Non può certo essere una coincidenza che queste due franchigie abbiano vinto 22 delle 32 World Series tra il 1931 e il 1962, anno in cui le Minor Leagues vennero riorganizzate con il sistema in vigore ancora oggi (Rookie – A – AA – AAA). I Cardinals riuscirono a vincere altri due titoli dopo la riorganizzazione, ma non c’è dubbio che il livellamento delle Minor Leagues abbia avuto un impatto sulla capacità delle squadre di costruire ripetuti successi al massimo livello, quelli che vengono chiamati “dinastie”.

Poi, nel 1975, nacque la free agency. Furono versati fiumi d’inchiostro per dare fiato alla preoccupazione più diffusa dell’epoca, cioè che le squadre più ricche avrebbero comprato tutti i free agent migliori e non avrebbero più smesso di vincere. Ma quel che non si teneva in considerazione era un fatto fondamentale ìnsito nel sistema: la maggior parte dei giocatori non diventano free agent prima dei 28-30 anni. A quel punto, per molti di loro il periodo di maggiore efficacia è passato da poco, e le squadre pagano un sacco di soldi per comprare la parte presumibilmente declinante della loro carriera. Basta guardare le squadre messe in campo dagli Yankees negli anni ’80 per rendersene conto: un’impressionante sequenza di costosi mercenari che, pur avendo in qualche caso fatto parte di squadre vincenti in precedenza, non hanno poi saputo replicare i loro successi nel Bronx, dove sono andati a guadagnare molto più di quanto avessero mai sognato quando giocavano bene.

E’ chiaro che Cashman ha imparato la lezione. La dinastia degli Yankees di fine anni ’90 ha avuto il suo presupposto nella decisione di tenere in squadra Derek Jeter, Bernie Wililiams, Mariano Rivera, Jorge Posada e Andy Pettitte, anzichè venderli per comprare qualcuno che era già famoso. Poi, con l’inizio di questo decennio, gli Yankees sono di nuovo scivolati nella vecchia abitudine, comprando ogni anno pezzi pregiati (alcuni addirittura clamorosi bidoni come Carl Pavano, altri a rischio altissimo come Randy Johnson), con il prevedibile risultato di trasformarsi lentamente dalla squadra migliore di tutte in una squadra semplicemente competitiva, che non è più nemmeno la favorita nel suo girone.

Le mosse di Cashman negli ultimi due anni sono mirate ad invertire la tendenza. Il vantaggio di essere i più ricchi resta sempre un vantaggio, anche se invece di comprare i più costosi free agent preferisci investire nei migliori giovani in circolazione. Particolarmente significativi, a questo proposito, gli acquisti di Humberto Sanchez nel 2006 e di Andrew Brackman nel 2007, due giocatori di grandi potenzialità, ma di cui si sapeva che avrebbero dovuto sottoporsi all’operazione di trapianto del tendine (la famosa Tommy John surgery), cosa che hanno fatto dopo aver firmato il contratto. Con i soldi che i Mets daranno a Johan Santana nei prossimi sei-sette anni, gli Yankees hanno costruito un sistema di sviluppo di giocatori che è già tra i migliori del mondo del baseball, con un’accademia di prima classe in Dominicana, e giovani di grandi speranze che magari, per firmare un contratto, volevano dei bonus che non tutte le squadre erano disposte a spendere (è il caso di Brackman, prima scelta nell’ultimo draft).

Il pericolo che corre Brian Cashman è che ci vuole tempo, prima che questa strategia mostri i suoi effetti. Nel 2008, gli Yankees arriveranno fin dove li porterà il loro giovane pitching staff, e qualunque squadra che faccia troppo conto su contributi importanti da giocatori giovani corre grossi rischi.

Se Cashman, alla fine, verrà criticato dalla proprietà per aver scelto di non prendere Santana, e la squadra ricomincerà a cercare di accaparrarsi i più grossi nomi sul mercato, i fans degli Yankees possono tranquillamente aspettarsi un futuro di delusioni. Ma se gli verrà consentito di mantenere la strada che ha intrapreso, quella stessa strada che è stata alla base di grandi successi negli anni ’50 e ’90, è probabile che qualche altro titolo venga presto celebrato nel nuovo Yankee Stadium.

A proposito del fatto che parlo solo degli Yankees (non so altro…), ho invitato amici che tifano Boston a scrivere a loro volta, e forse c’è qualcosa in arrivo qui sul blog. Ho anche due cari amici che tifano per Pittsburgh e Oakland (quest’ultimo, non avendolo visto dal vivo, non ha mai accettato di guardare il filmato del fuoricampo di Kirk Gibson a Dennis Eckersley, il 15 ottobre di vent’anni fa; l’altro, all’epoca dell’ultimo titolo dei Pirates era un playboy), ma credo che, viste le sorti attuali dei loro beniamini, per adesso preferiscano leggere…

Gli Yankees anno aperto il calendario del loro spring training il primo marzo all’una contro i Philadelphia Phillies a Clearwater, ma già il giorno prima, venerdì 29 febbraio, erano scesi in campo contro l’Università di South Florida, al Legends Field di Tampa (anzi, adesso l’hanno ribattezzato George M. Steinbrenner Field), all’una e un quarto. La parte interessante è che il lineup di partenza, già trapelato, sarà il seguente:

Johnny Damon LF
Derek Jeter SS
Bobby Abreu RF
Alex Rodriguez 3B
Jason Giambi 1B
Jorge Posada C
Robinson Cano 2B
Shelley Duncan DH
Melky Cabrera CF

Joe Girardi, interpellato al proposito, dice che ci sono buone possibilità che sia il lineup dell’Opening Day. Direi che basta inserire Hideki Matsui, operato al ginocchio durante l’inverno, nello spot del DH per avere il lineup di tutti i giorni. La chiave, qui, è la capacità di Giambi di giocare in prima. Solo in questo caso gli Yankees potranno schierare tutti i loro migliori battitori contemporaneamente.
Per chi fosse interessato ad un articolo molto recente (27/2) sullo Spring Training degli Yankees, segnalo la “copertina” di Roto Times, a questo indirizzo:

http://www.rototimes.com/article.php?article_id=4420

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