I giorni più difficili di “Rocket” Clemens

16 02 2008

di STEFANO ARCOBELLI

Sono i giorni del Rocket. I più drammatici per Roger Clemens. Che si sta giocando la reputazione di una carriera epica, adombrata dal peccato. Anche lui nella lista nera dei giocatori che hanno fatto uso di steroidi o ormone della crescita? Come il recordman dei fuoricampo Barry Bonds? A 45 anni anzichè una pensione dorata, un ingresso nel Tempio della Hall of Fame o magari un sogno esaudito come indossare la casacca a stelle e strisce ai Giochi olimpici di Pechino, The Rocket è costretto a dimostrare sin davanti al congresso americano che lui mai e poi mai ha fatto ricorso a sostanze illecite per diventare il braccio più resistente del baseball americano, un lanciatore capace di vincere 7 Cy Young, che ha giocato a Boston e con i NY Yankees. Perché allora compare nel rapporto diffuso lo scorso 13 dicembre al termine della lunga indagine condotta dall’ex senatore George Mitchell? C’è un complotto contro di lui come contro gli altri fenomeni? Perché il suo principale accusatore, il suo ex preparatore Brian McNamee, avrebbe dovuto dichiarare di avergli personalmente somministrato steroidi e GH tra il 1998 e il 2001?
Sono state fornite prove agli inquirenti, e Clemens deve fare i conti anche con le dichiarazioni del compagno Andy Pettitte, con il quale ha vinto le World Series con la maglia dei New York Yankees nel 1999 e nel 2000: il mancino, che invece ha ammesso l’uso di GH, agli investigatori ha raccontato di conversazioni relative agli steroidi. Non è un caso: Henry Waxman, presidente del Comitato, ha affermato che «le dichiarazioni di Clemens sono contraddette da altri testimoni attendibili, o semplicemente non sono plausibili».
The Rocket ha detto e ripetuto di aver assunto solo vitamina B e lidocaina, un antidolorifico. Uno, tra l’atleta e l’ex preparatore, mente e, di conseguenza, rischia di essere incriminato per spergiuro.
Clemens nega e concorda con le conclusioni del rapporto Mitchell: «Gli steroidi non dovrebbero trovare spazio nel baseball. Ma non ho mai assunto prodotti proibiti. Nella mia carriera, e nella mia intera vita, ho sempre agito pensando che il tuo corpo è il tuo tempio. Ho lavorato sodo per arrivare al successo, non sono arrivato così in alto per caso. Ho conosciuto McNamee nel 1998, mi sono fidato di lui: non gli ho mai chiesto di darmi steroidi o GH e lui non lo ha mai fatto. Non pensavo che arrivasse ad accusarmi con menzogne per salvarsi. Se sono colpevole di qualcosa, sono colpevole di essermi fidato degli altri. Alla fine, sono stato accusato di qualcosa che non ho commesso. Il mio nome è infangato. Molti vorrebbero che io confessassi: non posso ammettere colpe che non ho. Non dico che il rapporto Mitchell sia completamente sbagliato, non proverò a convincere chi si è fatto influenzare da un’accusa. Per coloro che hanno una mente aperta, comunque, dico che le dichiarazioni di Brian McNamee sul mio conto sono sbagliate».
Sono frasi nette, chiare, rispetto a un problema grande sul quale perfino il presidente Bush ha squarciato il velo alcuni anni aprendo il grande processo morale prima ancora che giudiziario intorno ai risultati del più importante sport americano.
Dov’e la grande ipocrisia? Se è vero che la giustizia americana ci dà grandi esempi, per una volta ricorreremmo al made in Italy: ovvero una grande amnistia per chiudere davvero definitivamente col grande inganno e ripartire da zero, voltando pagina con un codice nuovo, etico, magari con qualche record in meno e qualche ingaggio decurtato da mandare in beneficenza. E con tutti questi assi non più cristallini, o sospettati, rimandati a casa a dare l’esempio ai milioni di ragazzini. Una condanna a Bonds o Clemens certamente sarebbe un deterrente per tutti gli altri ma era il sistema complessivamente marcio – sì, così facevan quasi tutti e la Mlb accettava solo i test anticocaina – perché la stagione di 162 partite (playoff esclusi) è davvero pesante – ed era questo uno dei motivi per cui il baseball per tanti anni non veniva ammesso alle Olimpiadi. I padroni del vapore americano non accettavano che questi fenomeni potessero essere sottoposti ai controlli del Cio.
Ma i Giochi non sono zona franca, anche se i controlli talvolta non sono impeccabili e a tappeto. Il baseball mondiale non può più sottrarsi e allinearsi al resto del mondo e degli altri sport (cosa dovrebbero dire allora i ciclisti?).
Resta l’amarezza, il ricordo di quante volte abbiamo letto che Clemens avrebbe voluto chiudere la carriera con l’oro olimpico. Ma nel 2000 non poteva stare nel team di Lasorda («ricordatelo: prima di morire vorrei vedere un italiano in Major League…») che battè Cuba appunto perché doveva vincere le World Series, nel 2004 gli americani vennero eliminati dal torneo olimpico e nel 2008 il suo nome è nella bufera e a Pechino chissà come lo accoglierebbero se decidesse di esserci…
Peccato, quando cade un mito, ci si sente ancora più poveri. Siamo cresciuti con Clemens, stregati da Clemens, traditi da Clemens. E da quelli come lui. Innocenti o no, qualcosa ci hanno rubato: l’innocenza di sapere che si gioca ad armi pari. Col cuore e non con gli steroidi.

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