Quando il baseball aveva più pubblico…

31 01 2008

di GIANNI LERCKER

Fare paragoni è sempre un’azione sgradevole, anche quando si cerca di comportarsi in maniera equilibrata. Tuttavia, per capire meglio alcuni aspetti del contorno del baseball attuale, sembra utile farlo.
Il baseball, in Italia, nasce nell’immediato dopoguerra (dopo il 1944), in seguito alle esibizioni di soldati americani presenti in tutto il territorio del paese. In particolare a Nettuno, iniziale piccola nicchia di attività in questo sport, nasce una squadra che per molti anni sarà praticamente sempre al vertice del campionato nazionale. Anche in altre zone dell’Italia sorgono diverse squadre. Si gioca una partita alla settimana e così sarà per molti anni, fino al 1966, stagione nela quale vengono introdotti nel campionato di massima serie i doppi incontri. I giocatori stranieri che si possono utilizzare sono solo due, ma non possono ricoprire il ruolo di lanciatore. Questa modifica è introdotta per aumentare il livello tecnico dei giocatori italiani e porta buoni risultati in tempi non troppo distanti. I giocatori di ogni squadra devono aumentare di numero, particolarmente i lanciatori in quanto le due partite sono vicine: talvolta si disputano nello stesso giorno.
Il campionato passa alle tre partite di ogni week end nel 1975, con l’inserimento di quattro under 21 in una partita, allo scopo di indurre le società ad allevare squadre di leghe minori. Gli stranieri che si possono utilizzare sono solo due e viene approvata la possibilità di fare giocare in una sola partita un lanciatore oriundo e in un’altra è obbligatorio fare lanciare un giocatore under 21.
Dal 1982 i giocatori oriundi sono inseriti in buon numero e il lanciatore può essere di scuola straniera per una sola partita e per un’altra delle tre può essere un oriundo.
Veniamo alle regole attuali, che permettono il tesseramento di cinque giocatori stranieri (e in questi anni sono arrivati personaggi dal Triplo A o che hanno avuto esperienze, anche importanti, in Major League). Inoltre, c’è spazio anche per un oriundo lanciatore e per un altro oriundo in un altro ruolo. In ogni partita c’è l’obbligo di schierare cinque giocatori di “scuola” italiana. Vale a dire il cinquanta per cento del line-up. Pertanto nella gara che prevede l’italiano sul monte di lancio, gli oriundi in campo possono essere due (che vanno ad aggiungersi ai tre stranieri).
Questi cambiamenti nel tempo hanno portato il livello tecnico, ovviamente, ad innalzarsi fino a raggiungere una dimensione che possiamo paragonare a squadre di Doppio A delle Minor Leagues.
Quello che potrebbe sconcertare uno spettatore degli anni fine settanta-ottanta che seguisse l’attuale campionato di massima serie è che il pubblico non ha seguito la stessa crescita, anzi! Da 2000-2500 spettatori a partita di venti-trent’anni fa, oggi se ne contano 500-1000, con picchi positivi maggiori ma… soltanto quando si svolgono i play off.
Su questo argomento, che in parte avvilisce il meraviglioso goco del baseball, ogni appassionato che abbia vissuto gli anni ricchi di pubblico, ha cercato di trovare una possibile motivazione in grado di spiegare il fenomeno, magari con la speranza di poterlo invertire attraverso scelte opportune.
Si cita come elemento condizionante il passaggio alle tre partite settimanali (1975), oppure una insufficiente “visibilità” per la mancanza di appassionati in ruoli importanti della televisione. Si riflette inoltre sulla presenza di giocatori stranieri utilizzati sistematicamente nelle posizioni di gioco più importanti, cosicché in certi ruoli-base stentano a crescere buoni giocatori di scuola italiana. Si attribuisce la scarsa visibilità anche ad un disaffezionamento dei giornalisti. Si invoca una maggiore attività giovanile attraverso la diffusione nelle scuole. E ci sono tanti altri motivi per cercare di capire e spiegare il calo del pubblico.
Forse non c’è soltanto un motivo come responsabile di questa situazione. Ma di sicuro non possono essere considerati colpevoli né il livello tecnico, molto maggiore oggi rispetto al passato, né la mancanza di lotta per la vittoria del campionato (è notevole e appassionante l’equilibrio fra oe prime cinque-sei squadre della massima serie).
Credo che questo sia un problema difficile da risolvere, ma forse sapere come la pensa la maggior parte degli appassionati e degli sportivi in generale potrebbe indirizzare meglio chi ha il compito ed il ruolo di modificare le cose.

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5 responses

31 01 2008
The Big Brown

Prendo spunto da quanto scritto dal mitico Gianni Lercker che vedevo giocare da bambino al Falchi, quando, per arrivare in tempo per vedere la partita, dovevo partire con largo anticipo da casa per riuscire a parcheggiare e vedere anche il riscaldamento dei lanciatori e delle squadre…
Non ritengo comunque il livello del baseball migliorato con l’avvento di tutti questi nuovi stranieri arrivati negli ultimi anni, anzi… difficile ora vedere un Lanny Randle calcare i nostri campi… giocatori col pedigree ottimo, venire a giocare in Italia e non lasciare alcuna traccia…
Una bella batosta il livello del baseball, l’ha avuta anche quella scellerata (secondo me) regola dell’under per creare la base per i giochi olimpici del 2000. Risultato? Impoverimento del livello causato dall’obbligo di dover mettere in campo gli under obiettivamente nella stragrande maggioranza inadeguati per il baseball di A1 (e chi era under 21 nel 1995 manteneva questo status fino al 2000…); la partita del sabato pomeriggio era una cosa tragicomica con punteggi di 25 a 20… (le partitedi baseball più belle hanno punteggi stretti e bassi)…
Dulcis in fundo, la nostra stupenda federazione, apre agli oriundi o ASI o IRE (italiani residenti all’estero) le porte della nazionale prima delle olimpiadi del 2000… Ricordo un’intervista a Jason Simontacchi se fare le olimpiadi con la maglia della nazionale italiana per lui era un onore; la sua risposta fu “IO SONO E MI SENTO AMERICANO!!!”
Chiudo questo mio intervento con un ultima considerazione.
Campionato 2007 playoff di andata Italeri-Grosseto
Mi avvio verso la cassa per pagare il biglietto di entrata e con grosso disappunto il biglietto dagli 8 euro a partita della stagione regolare, si era magicamente passati a 12 euro. Ho visto personalmente tanta gente voltarsi ed andarsene causa il prezzo alto; lo stadio mezzo vuoto il venerdi sera e desolatamente il sabato con la metà dei presenti rispetto alla sera prima. Molti davano la colpa al fatto che a Bologna fare un playoff a fine luglio non è il massimo; io credo che sia una causa, ma il prezzo di 12 euro per un biglietto ha deciso gli indecisi a non tornarci.
Non avevo mai visto il Falchi così desolatamente vuoto in occasione di una semifinale playoff…

31 01 2008
Claudio Adelmi

Molto interessante la ricostruzione di Gianni Lercker. Difficilissima un’analisi. D’altra parte, se fosse facile, non credo che chi di dovere sia cosi’ autolesionista da evitare di applicare la ricetta giusta. Come in tutte le dinamiche, credo che sia una questione di cicli. Il baseball ha avuto il suo periodo d’oro, cosi’ come tante altre discipline sportive.
Le cause sono molteplici, a partire da una forzata convivenza, nel nostro Paese, con un calcio che “cannibalizza” e drena a suo favore la grande parte di risorse disponibili. Non e’ un problema da poco.
Secondo: le scelte editoriali di chi detiene la governance dei mezzi di informazione; della serie se non appari in TV in un certo modo non esisti, e succede anche se certi quotidiani non ti fumano… Mi piacerebbe sapere, per esempio, in quanti oggi seguono lo sci alpino e in quanti lo seguivano negli anni ’70, ’80 e inizio ’90, quando aveva una presenza in TV (e nei media in generale) piu’ qualificata di oggi (e’ vero anche che c’erano Thoeni, Tomba, Compagnoni e C.).
Terzo: probabilmente lo spirito di questo sport, del quale noi appassionati andiamo giustamente tanto fieri, nonche’ le sue “modalita’ espressive” e il periodo del suo svolgimento, sono caratteristiche destinate ad interessare in Italia e nel continente europeo solo una “nicchia” di appassionati.
Infine crediamo che le altre discipline sportive siano messe tanto peggio? Anche altri sport hanno vissuto tempi migliori per quanto riguarda gli spettatori sui campi (a partire da calcio e basket), anche se alle cifre di oggi andrebbero sommati gli spettatori televisivi. Inoltre, per vedere le nostre partite, almeno in serie A1, si paga un biglietto… Non e’ sempre cosi’ in situazioni di altri sport che riteniamo analoghe alle nostre (per risonanza sui media, per budget, etc.).
Per concludere, mi sembra che in tutto questo “mortorio” in realta’ ci siano braci, sotto la cenere, che ammiccano e aspettano una ventata per infiammarsi. Parlo dei ragazzi e dei giovani che praticano questo sport, che non sono pochi e si potrebbe fare molto di piu’. Uno sport senz’altro piu’ sano e meno “selettivo” di altri. La rivoluzione possibile e’ partire proprio da li’ ed investire senza timori e reticenze.

31 01 2008
andrea

Noto molte persone, con esperienze diverse e “dati alla mano”, esprimere opinioni che mi trovano spesso d’accordo, anche se manca sempre qualcosa che mi convinca del tutto. Si parla di “sport di nicchia”. Mi viene da dire: “magari!” Intendiamoci prima su che cos’è questa “nicchia”. In Italia c’è la comune abitudine (giornalistica) di definire vezzosamente “di nicchia” tutto ciò che non è “di massa”. Penso invece che esistano dei limiti minimi. 300 spettatori al Falchi non sono l’espressione di uno sport di nicchia, ma di uno spettacolo che, semplicemente, vive un calo (ultradecennale). Non è facile trovare ricette, ma attenzione: diminuire il numero delle partite e collocare quelle importanti in piena estate concorre ad abbandonare anche la nicchia e ritagliarsi una bella invisibilità.

1 02 2008
Riccardo Schiroli

Io seguo personalmente il baseball dal 1975 e ho vissuto a Parma la stagione della “grande Germal”, che ha vinto tutto quello che si poteva vincere facendo giocare 8 giocatori di scuola straniera e Giorgio Castelli. Che era uno dei pochissimi (con Claudio Cattani e i giovanissimi ‘Dado’ Gastaldo e Claudio Corradi) giocatori di scuola parmigiana a far parte della rosa.
Dalla mia generazione, quindi dai bambini che come me erano tifosi della Germal, sono usciti 2 dei pochissimi giocatori italiani in grado di ricoprire il ruolo di interbase a livello internazionale: Massimo Fochi e Gianguido Poma. E Parma non ha mai avuto un interbase di scuola italiana titolare prima che Fochi arrivasse in serie A1 nel 1984 e che Poma si trasferisse all’allora World Vision nel 1985. Poma e Fochi, che forse hanno avuto modo di imparare da grandi giocatori come Ron Coffman e David Gallino i segreti di quel ruolo così difficile.
Oltre a Poma e Fochi, in qualche lustro di tentativi (goffi) di protezionismo del ruolo, si è affermato nella posizione di interbase ad alti livelli il solo Evangelisti. Per quel che riguarda il ruolo di catcher, la storia recita lo stesso. I migliori catcher di scuola italiana dopo Castelli (parlo di Elio Gambuti e Roberto Bianchi) sono nati negli anni ’60, come il sottoscritto, Poma e Fochi. Nelle loro squadre giocavano oriundi e stranieri.
La regola degli ‘under’ del 1975 (che erano under 18, per la cronaca) ha fatto più danni alla scuola di lanciatori italiani di quanti ne abbia fatti Attila all’Impero Romano. Voglio solo ricordare che nessuno dei ‘partenti’ under 18 è arrivato a compiere 20 anni col braccio integro: Manzini, Trinci, Schirripa, Matteucci, Cianfriglia…
Non esiste, nel baseball italiano, il caso di un lanciatore (ma anche di un catcher o di un’interbase) sopra la media che sia stato frenato nella sua carriera dalla presenza di oriundi e stranieri. Ceccaroli ha esordito a 17 anni nel Rimini di Romano e Colabello; Fochi a 19 anni ha lanciato alle Olimpiadi di Los Angeles; Cretis a 22 anni è finito sulle colonne della “Gazzetta dello Sport” per aver battuto il Grosseto 1-0 quando giocava nella Roma.

Per quel che riguarda il pubblico, il calo d’interesse è iniziato proprio con il drastico calo degli stranieri imposto nel 1985 dalla FIBS del neo presidente Notari. Nel 1989 a Bologna (per una sfida tra le Calzeverdi e la Roma, decisiva per la salvezza) ho annotato sulla mia agenda (che custodisco gelosamente, come altri cimeli dei miei primi anni da cronista) 35 spettatori.
Nel 1983 a Parma, primo anno con la possibilità di schierare il lanciatore straniero (il primo di Parma fu Win Remmerswaal), nel corso di una sfida pomeridiana con il Pesaro mi accorsi di essere l’unico spettatore sugli spalti oltre a mogli e fidanzate dei giocatori “di fuori” (che prendevano il sole…).
Nel 1985 a Parma la Fortitudo Bologna vinse la Coppa dei Campioni e venne fischiata (scena indecente) in uno stadio desolatamente vuoto.
Nel 1991 a Macerata in occasione della visita del Parma (che avrebbe vinto lo scudetto e schierava giocatori del calibro di Jack Lazorko e Tony Brown) il botteghino rimase a zero biglietti venduti fino a che non decisi di smettere di controllare.

Forse ci siamo fatti un’idea troppo “grande” di quegli anni ’70 e ’80. Che sono stati importanti ma che fanno parte di un’epoca passata, nella quale per vedere un canale TV diverso dalla RAI si cercavano “La Svizzera e Capodistria” e al cinema c’erano le seggiole di legno e si poteva fumare.
Dubito che ci fossero allo stadio 2500 persone di media, ma potrei ovviamente sbagliarmi. Sono invece certo che lo stadio di Parma aveva molti meno posti dell’attuale “Nino Cavalli” e anche il “Gianni Falchi” era molto meno capiente. A Nettuno poi lo stadio lo chiamavamo “Il pollaio” e all’esterno sinistro c’era un albero secolare i cui rami spesso intralciavano le volate alte e al posto del back stop c’era un muretto pericolosissimo e che fu fatale alla “Grande Germal” quando, in una domenica pomeriggio di agosto, (io allo stadio, quasi tutti i miei amici al mare) una palla sfuggita al catcher Ron Pizzanello, picchiò sul duro e tornò nella mano dello stesso giocatore, che eliminò Aimi a casa base e impedì al Parma di vincere.
Era il 1977, io avevo appena sostenuto l’esame di terza media e avuto “distinto” nel tema d’Italiano (volevo “ottimo”…) perchè lo avevo scritto su Giorgio Castelli e il Professore che lo aveva corretto non sapeva chi fosse (riconosco che il suo metro di giudizio era discutibile…). Avrei compiuto 14 anni il giorno dopo e non sapevo che, a causa di quella sconfitta, la Germal avrebbe chiuso a pari del Rimini la classifica. Che lo spareggio non si sarebbe disputato perchè il Rimini non si sarebbe presentato (riteneva di dover giocare una partita secca e non un trittico di gare) e che lo scudetto al Parma sarebbe stato assegnato da qualche ufficio legale della FIBS e non dal campo. Per anni si polemizzò sul fatto che Parma era protetta dal Vice Presidente Federale Notari, suo Presidente.
Adesso che ci penso, credo che ad un certo calo di consensi per il baseball abbia più contribuito questo episodio (per altro, io avevo già prenotato il pullman per andare a Rimini e non me lo rimborsarono) che non il fatto che quasi tutte le squadre avessero l’interbase straniero.

Parlando delle finali “in piena estate” del 2007, hanno avuto poco meno di 5000 spettatori di media a partita.
Faccio un po’ fatica ad avere nostalgia delle finali 2001 (nebbia che cala sullo stadio di Rimini), 2002 (una settimana passata a Nettuno nell’attesa che si decidesse a smettere di piovere), 2004 (la gara decisiva sospesa all’ottavo per pioggia), 2005 (a San Marino vendevano il ‘vin brulè’) e 2006 (dopo gara 5 il termometro della mia auto sentenziava 12°) . Tutte rigorosamente giocate in autunno.

5 02 2008
Mario Mazzocchi

Grande Prof. Lercker, spero di leggere molto di più dalla sua penna (tastiera). Avanzo un’ipotesi “statistica” sul disamore del pubblico per il vecchio gioco in Italia: questo è il numero medio dei fuoricampo del vincitore della speciale classifica per decade:
Anni 50 4.0
Anni 60 8.4
Anni 70 17.7
Anni 80 22.3
Anni 90 19.3
Anni 00 11.0
Premesso che sono d’accordo sull’innalzamento del livello tecnico e che sono tutto meno che un cultore del dominio offensivo, è anche vero che l’italiano medio è cresciuto a pane e goal e sarebbe difficile “educarlo” ad apprezzare uno slider. Quanti miei amici hanno definito “noiosissima” una splendida partita magari finita 2-1 con bunt, strategia e cambi lanciatore… E poi il tifoso medio vuole l'”eroe”, quello che ti risolve la partita, il Castelli, il Carelli… magari apprezza meno il bunt o il batti e corri che decide la partita, ma vuole vedere “le legnate”. Per farla breve, ovviamente non dico che bisognerebbe tornare all’alluminio (per carità), però almeno che la Federazione scelga delle palline che non si sbriciolano in volo!

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